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IL FAIR PLAY

“Il Fair Play, elemento fondamentale dei settori competitivi della vita
è una filosofia di comportamento, basata sul rispetto degli altri e
delle regole.”
Origini e significati
La parola Fair
deriva dall’inglese e significa leale ed è simile alla parola Fagar
dal tedesco antico che significa bello.
La parola Play
deriva dall’inglese antico Plega e significa giocare.
La parola Game
deriva dall’inglese antico Gamen e significa gioco, divertimento.
Lo
sport moderno
Lo sport moderno è nato
in Gran Bretagna come prodotto culturale della modernità che poneva
l’accento sull’uguaglianza e sulla competizione.
Il Fair Play era il
credo morale di questa nuova cultura sportiva creata dalle classi
alte e medio-alte dell’Inghilterra del 19° secolo. Thomas Arnold e Tom
Brown divennero i modelli di comportamento ispiratori di personaggi
illustri di un’intera generazione.
Pierre De Coubertin, il
padre fondatore del moderno Movimento Olimpico, affascinato da questo
nuovo “modo di vivere lo sport” lo adottò come fondamento della sua
filosofia, diffondendo questo vangelo sportivo in tutto il mondo.
Fair Play era la parola
d’ordine del dilettante (gentleman amateur) ed implicava non solo
il rispetto delle regole scritte del gioco, ma anche e soprattutto il
rispetto di ciò che era generalmente inteso come lo
spirito del gioco.
Questo concetto
dall’Inghilterra fu esportato nel continente europeo e successivamente
in tutto il mondo e andò in crisi quando il Rugby e il Football
cominciarono ad essere praticati dalle classi lavoratrici e dai
professionisti.
I difensori del
dilettantismo consideravano i giocatori professionisti e i lavoratori
dei “guastafeste” che non giocavano solo per il “piacere di giocare”, ma
per vincere, per denaro e premi.
Secondo i dilettanti lo
sport doveva essere praticato con lo spirito giusto, con stile e in
aderenza allo slogan di quell tempo “Lotta senza rabbia, arte senza
malizia”.
Dilettanti e professionisti
Successivamente si è
passati dalla distinzione originaria tra gentlemen e players,
alla rigida distinzione tra dilettanti (termine entrato in uso verso il
1880) e professionisti (termine entrato in uso verso il 1850).
Prima del 19° secolo i
termini gentlemen e players erano utilizzati
principalmente nel criket per definire coloro che godevano di mezzi
propri per giocare e coloro che non li avevano; questa distinzione
riguardava solo la posizione sociale. I difensori del dilettantismo
erano convinti che lo sport dovesse essere uno svago piuttosto che una
vocazione e condannavano le specializzazioni.
I veri dilettanti,
consideravano l’allenamento e la competizione come un passatempo e
ritenevano che un allenamento intensivo portasse ad ineguaglianze dal
punto di vista della competività e non era corretto che in gara i
dilettanti si trovassero di fianco a “lavoratori dello sport” a tempo
pieno. Questo codice dilettantistico, spesso era utilizzato per
escludere i giocatori non dilettanti e i lavoratori dalle competizioni
ad alto livello.
La regola del
dilettantismo era uno strumento di lotta di classe e il tentativo di
limitare gli sport ai gentiluomini provvisti di mezzi propri.
Il
declino della cultura
Il termine amateur
deriva dal latino amare, gli amateur, cioè i dilettanti, sono
considerati atleti che giocano solo per amore del gioco.
Nella dichiarazione sul
Fair Play dell’International Council of Sport and Physical Education
(Parigi 1975) si legge:
“Il Fair Play è
incarnato nel mostrarsi modesti nella vittoria e nell’accettare con
grazia la sconfitta,……….. richiede che il partecipante mostri un rigido
e continuo rispetto delle regole scritte”.
Gutmann nel 1979 implorò
che si abolisse l’ipocrita e anacronistico ruolo di dilettante, Mc
Intosh nel 1979 mise in guardia gli organizzatori dei Giochi Olimpici
sulla professionizzazione dei stessi e affermò che non si poteva
predicare pubblicamente l’umanitarismo, gli ideali del dilettantismo, la
parità a livello agonistico, l’amicizia nella gara e altri valori umani
e che si onorasse il motto “Citius, altius, fortius”, mentre lo
sport si incamminava a grandi passi verso il professionismo.
Quale
è il problema attuale?
Il problema attuale è
che il Fair Play è ormai un anacronismo sopravvissuto al vecchio ideale
del dilettantismo e lo scenario dello sport professionistico,
deve o meno essere regolato da un codice di etica professionale.
Lo
sport professionistico
Dopo i Giochi Olimpici
di Seoul 1988 lo sport si è progressivamente trasformato da
dilettantismo in industria dello spettacolo. Il dilettantismo non è più
il principio alla base del movimento olimpico e la scena sportiva è
diventata una parte integrante del mercato dello spettacolo
professionistico o “Pro show” dove valgono regole diverse.
“Lo sport non è di
per se stesso educativo, ma solo se posto in un contesto educativo”
(Reinson 2003).
Il problema è se e in
che misura, quando e in che modo, un tale contesto educativo possa
essere reso operativo sui nostri campi sportivi.
Ottimismo?
Siamo ottimisti che
l’etica del Fair Play abbia un futuro nel contesto educativo e sotto
una corretta guida morale e probabilmente in un contesto educativo, in
cui “….vincere non è tutto”.
Siamo meno ottimisti per
quanto riguarda le possibilità dell’etica del Fair Play nello sport
professionistico o semiprofessionistico, nel quale la vittoria e la
sconfitta sono viste in termini economici.
Interrogativi
Tutti quelli che sono
interessati alla conservazione dei valori morali del Fair Play nello
sport, devono affrontare alcune serie sfide e rispondere ad alcuni
difficili interrogativi:
-
si può
ancora continuare a giocare per il piacere del gioco e non per la posta
in gioco?
-
in che
modo gli Insegnanti di Educazione Fisica, i Tecnici e gli Allenatori
possono gestire il nuovo credo sportivo?
-
quando lo
sport professionistico si manifesterà come una branca imprenditoriale, a
tutti gli effetti dotata di un codice di etica professionale, con un
orientamento professionale, come un’istituzione autonoma?
-
il Fair
Play è ormai diventato un’appendice anacronistica sopravvissuta al
vecchio ideale dello sport dilettantistico?
-
bisogna reinventare il dilettantismo?
Senza il Fair Play, lo
sport e tutte le altre attività legate alla competizione, diventano una
semplice questione di vittoria a tutti i costi, cioè una guerra senza
vittime.
La
Carta del Fair Play
La Carta del Fair Play
pur con i suoi limiti, essendo stata scritta 34 anni orsono, mostra
intatta la sua attualità pedagogica nei confronti di tutti i peggiori
aspetti degenerativi dello sport.
La pratica sportiva ha
sempre alle sue spalle valori educativi di riferimento, impliciti ed
espliciti e la Carta del Fair Play li incarna tutti.
Gli Educatori e gli
Operatori Sportivi dovrebbero per loro natura e per dovere istituzionale
riflettere su tali valori, per arrivare ad identificare quelli più
positivi al servizio dell’uomo e della società.
Analizzando i contenuti
della Carta del Fair Play, “sposata” appieno dal Panathlon
International, possiamo affermare che questi precetti etici e morali
spesso sono disattesi dal mondo sportivo attuale.
La Carta del Fair Play
inizia affermando che “qualunque sia il mio
ruolo nello sport, anche quello di spettatore, mi impegno a:………..
Seguono 10 impegni,
che interessano non solo gli atleti (professionisti o dilettanti,
giovanissimi, adulti, anziani), ma anche a tutto il mondo sportivo
(dirigenti, insegnanti, istruttori, tecnici, arbitri, psicologi,
fisioterapisti, politici, giornalisti, commentatori televisivi,
opinionisti, mass media, sponsor e spettatori).
Il primo impegno dice:
“fare di ogni
incontro sportivo, poco importa la posta in palio e la rilevanza
dell’avvenimento, un momento privilegiato, una specie di festa”.
Non si parla di scontri
ma di incontri e si evidenzia la gioia del gioco, più forte di qualsiasi
regolamento di gioco, un momento di aggregazione, qualunque sia il
risultato.
Il secondo impegno è
limitato agli atleti e prevede:
“conformarmi
alle regole e allo spirito dello sport praticato”.
Se lo sport deve essere
anche un tirocinio alla vita, è importante che il bambino, il fanciullo,
l’adolescente e il giovane capiscano che le regole sono una convenzione
umana e devono essere rispettate; lo stesso vale nello sport.
Il terzo impegno è
ancora rivolto agli atleti e recita così:
“rispettare i miei
avversari come me stesso”.
In questo senso si
superano le differenze e le disparità culturali, socio-economiche e
linguistiche.
Il quarto impegno parla
di “accettare le decisioni degli arbitri e
dei giudici sportivi, sapendo che come me, hanno diritto all’errore, ma
fanno di tutto per non commetterlo”.
La Carta del Fair Play è
stata redatta in un altro contesto, ma contiene due passi molto
importanti:
-
il diritto
di ogni essere umano di non essere infallibile;
-
l’assoluta
fiducia nel massimo sforzo degli arbitri e dei giudici verso ciò che è
giusto e verso ciò che è sbagliato; tale sforzo è riconosciuto come la
molla essenziale per l’educazione e l’autoeducazione.
Il quinto impegno dice:
“evitare la cattiveria
e le aggressioni nei miei atti, nelle mie parole o nei miei scritti”.
Si tratta di un impegno
molto importante dal punto di vista educativo e autoeducativo, anche per
la sua estrema attualità, vista la presenza di molte piccolo-grandi
cattiverie e aggressioni sia nello sport professionistico che in quello
dilettantistico, che tendono a ledere l’incolumità psicologica e fisica
delle persone.
Il sesto impegno
richiama alla necessità di “non usare
artifizi o inganni per ottenere il successo”.
Si tratta di una
necessità che coinvolge soprattutto atleti, allenatori, dirigenti,
medici, fisioterapisti, psicologi, mass media ed è un problema di
estrema attualità. Pensiamo alla situazione molto grave del doping,
alla corruzione arbitrale, alle simulazioni dei giocatori:
si deve fare appello alla moralità di ognuno.
Il settimo impegno parla
di “essere degno nella vittoria come nella
sconfitta”.
Si rivolge soprattutto
agli atleti, dirigenti e allenatori, tifosi compresi. La chiave di volta
risiede nella parola “degno”. Degno è colui che indipendentemente
dall’esito dell’incontro, dà valore alle persone, non si esalta nè si
deprime, ma è sereno e rispettoso di se stesso e degli avversari,
evitando comportamenti non consoni all’etica sportiva. E’ un impegno
molto attuale e riveste una grande importanza morale ed educativa.
L’ottavo impegno della
Carta è: “aiutare ognuno, con la mia
presenza, la mia esperienza e la mia comprensione”.
È sicuramente il punto
più importante, perchè potenzialmente potrebbe risolvere i tanti
problemi che affliggono il mondo dello sport (e non solo). Ci si
richiama ad un concetto di aiuto a 360°, perchè esteso a tutti gli
attori dello sport e ad ognuno in un’ottica pedagogica tendenzialmente
personalistica.
Si sostanzia nell’essere
presente con tutto il proprio bagaglio di vita vissuta, per capire e
agire di conseguenza a beneficio di tutti coloro che ne hanno bisogno.
Il rispetto verso gli
avversari e verso se stessi diventa un aiuto verso qualsiasi altra
persona, superando ogni barriera precostituita ed interesse divergente.
Il nono impegno recita “soccorrere
ogni sportivo ferito o la cui vita sia in pericolo”.
Si tratta di un rinforzo
relativo ai concetti espressi nell’impegno precedentemente.
La Carta si conclude con
il decimo impegno: “essere realmente un
ambasciatore dello sport, aiutando a far rispettare intorno a me i
principi qui affermati”.
Non basta quindi agire
secondo gli impegni precedenti, ma è necessario che ognuno,
indipendentemente dal proprio ruolo, si incarichi di un ruolo educativo
e propulsivo nel mondo sportivo e nel sociale.
La Carta termina con
questa frase:
ONORANDO QUESTI IMPEGNI, SARÒ UN VERO SPORTIVO
Conclusioni
Senza Fair Play lo sport
non esiste, il Fair Play deve essere inteso come un “modo di vivere”.
“Il Fair Play è una
norma non scritta, è la legge morale che dà un’anima allo sport,
facendone un’esperienza insostituibile, dal valore formativo innegabile
per la vita in società”
(Renè Maheu 1968).
Il Fair Play non arriva
dal cielo come una grazia divina, deve essere impresso nella mente e
dobbiamo sempre combattere affinchè rimanga vivo.
Il successo è sempre
misurabile, il Fair Play non lo è, il successo è l’aspetto tangibile
mentre il Fair Play è l’aspetto invisibile: due poli opposti che si
determinano reciprocamente, tanto più si allontanano l’uno dall’altro.
Il che accresce il pericolo di una frattura: più l’aspetto visibile è
l’unico dominante, più si prova il bisogno di rafforzare quello
nascosto.
Non si può concepire
lo sport senza regole, ma l’osservanza delle regole non si applica al
Fair Play.
La democrazia è una
forma di organizzazione politica legata a leggi formali e all’osservanza
delle regole. Ma che cosa sarebbe la democrazia senza I suoi protagonist?
Solo loro sono in grado di perpretare tradizioni democratiche, una
democrazia solo formale non è democrazia. Lo stesso avviene per il Fair
Play.
Ricordiamoci che lo
sport non è solo prestazione fisica è anche e allo stesso tempo
prestazione morale ed è proprio in questo che interviene il Fair Play.
Comandamenti come la
Carta del Fair Play non bastano più, al Fair Play si può giungere solo
con un atto personale di volontà, in quanto esso non è mai un semplice
valore in sè, ma un modo di vivere.
Il Fair Play non nasce
da teorie filosofiche chiuse in un cassetto, ma dall’incontro, dal
dialogo, dalla competizion.
Il Fair Play non si
decreta, deve nascere da sè e il suo valore si rivela considerando il
suo contrario: l’atto sleale.
“Dichiarare che non è
fallo”, sostituendosi alla decisione dell’arbitro, “affermare di aver
toccato la palla con la mano”, nonostante che l’arbitro (che non ha
visto) faccia continuare il gioco, “fermare la palla e di conseguenza il
gioco” (anche se si può concludere indisturbati a rete) se un giocatore
è a terra infortunato, “dichiarare al giudice di sedia che la pallina è
fuori campo anche se è stata dichiarata dentro” non sono atti di Fair
Play, sono buoni esempi nello sport e fanno parte dell’etica sportiva.
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