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Prof. Maurizio Mondoni  

Dottore in Scienze Motorie

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 Rif.

MM10
 

IL FAIR PLAY

“Il Fair Play, elemento fondamentale dei settori competitivi della vita è una filosofia di comportamento, basata sul rispetto degli altri e delle regole.”

 

Origini e significati

 

La parola Fair deriva dall’inglese e significa leale ed è simile alla parola Fagar dal tedesco antico che significa bello.

La parola Play deriva dall’inglese antico Plega e significa giocare.

La parola Game deriva dall’inglese antico Gamen e significa gioco, divertimento.

 

Lo sport moderno

 

Lo sport moderno è nato in Gran Bretagna come prodotto culturale della modernità che poneva l’accento sull’uguaglianza e sulla competizione.

Il Fair Play era il credo morale di questa nuova cultura sportiva  creata dalle classi alte e medio-alte dell’Inghilterra del 19° secolo. Thomas Arnold e Tom Brown divennero i modelli di comportamento ispiratori di personaggi illustri di un’intera generazione.

Pierre De Coubertin, il padre fondatore del moderno Movimento Olimpico, affascinato da questo nuovo “modo di vivere lo sport” lo adottò come fondamento della sua filosofia, diffondendo questo vangelo sportivo in tutto il mondo.

Fair Play era la parola d’ordine del dilettante (gentleman amateur) ed implicava non solo il rispetto delle regole scritte del gioco, ma anche e soprattutto il rispetto di ciò che era generalmente inteso come lo spirito del gioco.

Questo concetto dall’Inghilterra fu esportato nel continente europeo e successivamente in tutto il mondo e andò in crisi quando il Rugby e il Football cominciarono ad essere praticati dalle classi lavoratrici e dai professionisti.

I difensori del dilettantismo consideravano i giocatori professionisti e i lavoratori dei “guastafeste” che non giocavano solo per il “piacere di giocare”, ma per vincere, per denaro e premi.

Secondo i dilettanti lo sport doveva essere praticato con lo spirito giusto, con stile e in aderenza allo slogan di quell tempo “Lotta senza rabbia, arte senza malizia”.

 

Dilettanti e professionisti

 

Successivamente si è passati dalla distinzione originaria tra gentlemen e players, alla rigida distinzione tra dilettanti (termine entrato in uso verso il 1880) e professionisti (termine entrato in uso verso il 1850).

Prima del 19° secolo i termini gentlemen e players erano utilizzati principalmente nel criket per definire coloro che godevano di mezzi propri per giocare e coloro che non li avevano; questa distinzione riguardava solo la posizione sociale. I difensori del dilettantismo erano convinti che lo sport dovesse essere uno svago piuttosto che una vocazione e condannavano le specializzazioni.

I veri dilettanti, consideravano l’allenamento e la competizione come un passatempo e ritenevano che un allenamento intensivo portasse ad ineguaglianze dal punto di vista della competività e non era corretto che in gara i dilettanti si trovassero di fianco a “lavoratori dello sport” a tempo pieno.  Questo codice dilettantistico, spesso era utilizzato per escludere i giocatori non dilettanti e i lavoratori dalle competizioni ad alto livello.

La regola del dilettantismo era uno strumento di lotta di classe e il tentativo di limitare gli sport ai gentiluomini provvisti di mezzi propri.

 

Il declino della cultura

 

Il termine amateur deriva dal latino amare, gli amateur, cioè i dilettanti, sono considerati atleti che giocano solo per amore del gioco.

Nella dichiarazione sul Fair Play dell’International Council of Sport and Physical Education (Parigi 1975) si legge:

 

“Il Fair Play è incarnato nel mostrarsi modesti nella vittoria e nell’accettare con grazia la sconfitta,……….. richiede che il partecipante mostri un rigido e continuo rispetto delle regole scritte”.

 

Gutmann nel 1979 implorò che si abolisse l’ipocrita e anacronistico ruolo di dilettante, Mc Intosh nel 1979 mise in guardia gli organizzatori dei Giochi Olimpici sulla professionizzazione dei stessi e affermò che non si poteva predicare pubblicamente l’umanitarismo, gli ideali del dilettantismo, la parità a livello agonistico, l’amicizia nella gara e altri valori umani e che si onorasse il motto “Citius, altius, fortius”, mentre lo sport si incamminava a grandi passi  verso il professionismo.

 

Quale è il problema attuale?

 

Il problema attuale è che il Fair Play è ormai un anacronismo sopravvissuto al vecchio ideale del dilettantismo e lo scenario dello sport professionistico, deve o meno essere regolato da un codice di etica professionale.

 

Lo sport professionistico

 

Dopo i Giochi Olimpici di Seoul 1988 lo sport si è progressivamente trasformato da dilettantismo in industria dello spettacolo. Il dilettantismo non è più il principio alla base del movimento olimpico e la scena sportiva è diventata una parte integrante del mercato dello spettacolo professionistico o “Pro show” dove valgono regole diverse.

“Lo sport non è di per se stesso educativo, ma solo se posto in un contesto educativo” (Reinson 2003).

Il problema è se e in che misura, quando e in che modo, un tale contesto educativo possa essere reso operativo sui nostri campi sportivi.

 

Ottimismo?

 

Siamo ottimisti che l’etica del Fair Play abbia un futuro nel contesto educativo e sotto una corretta guida morale e probabilmente in un contesto educativo, in cui “….vincere non è tutto”.

Siamo meno ottimisti per quanto riguarda le possibilità dell’etica del Fair Play nello sport professionistico o semiprofessionistico, nel quale la vittoria e la sconfitta sono viste in termini economici.

 

Interrogativi

 

Tutti quelli che sono interessati alla conservazione dei valori morali del Fair Play nello sport, devono affrontare alcune serie sfide e rispondere ad alcuni difficili interrogativi:

 

-        si può ancora continuare a giocare per il piacere del gioco e non per la posta in gioco?

-        in che modo gli Insegnanti di Educazione Fisica, i Tecnici e gli Allenatori possono gestire il nuovo credo sportivo?

-        quando lo sport professionistico si manifesterà come una branca imprenditoriale, a tutti gli effetti dotata di un codice di etica professionale, con un orientamento professionale, come un’istituzione autonoma?

-        il Fair Play è ormai diventato un’appendice anacronistica sopravvissuta al vecchio ideale dello sport dilettantistico?

-        bisogna reinventare il dilettantismo?

 

Senza il Fair Play, lo sport e tutte le altre attività legate alla competizione, diventano una semplice questione di vittoria a tutti i costi, cioè una guerra senza vittime.

 

La Carta del Fair Play

 

La Carta del Fair Play pur con i suoi limiti, essendo stata scritta 34 anni orsono,  mostra intatta la sua attualità pedagogica nei confronti di tutti i peggiori aspetti degenerativi dello sport.

La pratica sportiva ha sempre alle sue spalle valori educativi di riferimento, impliciti ed espliciti e la Carta del Fair Play li incarna tutti.

Gli Educatori e gli Operatori Sportivi dovrebbero per loro natura e per dovere istituzionale riflettere su tali valori, per arrivare ad identificare quelli più positivi al servizio dell’uomo e della società.

Analizzando i contenuti della Carta del Fair Play, “sposata” appieno dal Panathlon International, possiamo affermare che questi precetti etici e morali spesso sono disattesi dal mondo sportivo attuale.

La Carta del Fair Play inizia affermando che “qualunque sia il mio ruolo nello sport, anche quello di spettatore, mi impegno a:………..

 

Seguono 10 impegni, che interessano non solo gli atleti (professionisti o dilettanti, giovanissimi, adulti, anziani), ma anche a tutto il mondo sportivo (dirigenti, insegnanti, istruttori, tecnici, arbitri, psicologi, fisioterapisti, politici, giornalisti, commentatori televisivi, opinionisti, mass media, sponsor e spettatori).

 

Il primo impegno dice:

“fare di ogni incontro sportivo, poco importa la posta in palio e la rilevanza dell’avvenimento, un momento privilegiato, una specie di festa”.

Non si parla di scontri ma di incontri e si evidenzia la gioia del gioco, più forte di qualsiasi regolamento di gioco, un momento di aggregazione, qualunque sia il risultato.

 

Il secondo impegno è limitato agli atleti e prevede:

conformarmi alle regole e allo spirito dello sport praticato”.

Se lo sport deve essere anche un tirocinio alla vita, è importante che il bambino, il fanciullo, l’adolescente e il giovane capiscano che le regole sono una convenzione umana e devono essere rispettate; lo stesso vale nello sport.

 

Il terzo impegno è ancora rivolto agli atleti e recita così:

“rispettare i miei avversari come me stesso”.

In questo senso si superano le differenze e le disparità culturali, socio-economiche e linguistiche.

 

Il quarto impegno parla di “accettare le decisioni degli arbitri e dei giudici sportivi, sapendo che come me, hanno diritto all’errore, ma fanno di tutto per non commetterlo”.

La Carta del Fair Play è stata redatta in un altro contesto, ma contiene due passi molto importanti:

 

-        il diritto di ogni essere umano di non essere infallibile;

-        l’assoluta fiducia nel massimo sforzo degli arbitri e dei giudici verso ciò che è giusto e verso ciò che è sbagliato; tale sforzo è riconosciuto come la molla essenziale per l’educazione e l’autoeducazione.

 

Il quinto impegno dice: evitare la cattiveria e le aggressioni nei miei atti, nelle mie parole o nei miei scritti”.

Si tratta di un impegno molto importante dal punto di vista educativo e autoeducativo, anche per la sua estrema attualità, vista la presenza di molte piccolo-grandi cattiverie e aggressioni sia nello sport professionistico che in quello dilettantistico, che tendono a ledere l’incolumità psicologica e fisica delle persone.

 

Il sesto impegno richiama alla necessità di “non usare artifizi o inganni per ottenere il successo”.

Si tratta di una necessità che coinvolge soprattutto atleti, allenatori, dirigenti, medici, fisioterapisti, psicologi, mass media ed è un problema di estrema attualità. Pensiamo alla situazione molto grave del doping, alla corruzione arbitrale, alle simulazioni dei giocatori: si deve fare appello alla moralità di ognuno.

 

Il settimo impegno parla di “essere degno nella vittoria come nella sconfitta”.

Si rivolge soprattutto agli atleti, dirigenti e allenatori, tifosi compresi. La chiave di volta risiede nella parola “degno”. Degno è colui che indipendentemente dall’esito dell’incontro, dà valore alle persone, non si esalta nè si deprime, ma è sereno e rispettoso di se stesso e degli avversari, evitando comportamenti non consoni all’etica sportiva. E’ un impegno molto attuale e riveste una grande importanza morale ed educativa.

 

L’ottavo impegno della Carta è: “aiutare ognuno, con la mia presenza, la mia esperienza e la mia comprensione”.

È sicuramente il punto più importante, perchè potenzialmente potrebbe risolvere i tanti problemi che affliggono il mondo dello sport (e non solo). Ci si richiama ad un concetto di aiuto a 360°, perchè esteso a tutti gli attori dello sport e ad ognuno in un’ottica pedagogica tendenzialmente personalistica.

Si sostanzia nell’essere presente con tutto il proprio bagaglio di vita vissuta, per capire e agire di conseguenza a beneficio di tutti coloro che ne hanno bisogno.

Il rispetto verso gli avversari e verso se stessi diventa un aiuto verso qualsiasi altra persona, superando ogni barriera precostituita ed interesse divergente.

 

Il nono impegno recita “soccorrere ogni sportivo ferito o la cui vita sia in pericolo”.

Si tratta di un rinforzo relativo ai concetti espressi nell’impegno precedentemente.

 

La Carta si conclude con il decimo impegno: “essere realmente un ambasciatore dello sport, aiutando a far rispettare intorno a me i principi qui affermati”.

 

Non basta quindi agire secondo gli impegni precedenti, ma è necessario che ognuno, indipendentemente dal proprio ruolo, si incarichi di un ruolo educativo e propulsivo nel mondo sportivo e nel sociale.

 

La Carta termina con questa frase:

 

ONORANDO QUESTI IMPEGNI, SARÒ  UN VERO SPORTIVO

 

Conclusioni

 

Senza Fair Play lo sport non esiste, il Fair Play deve essere inteso come un “modo di vivere”.

 

“Il Fair Play è una norma non scritta, è la legge morale che dà un’anima allo sport, facendone un’esperienza insostituibile, dal valore formativo innegabile per la vita in società” (Renè Maheu 1968).

 

Il Fair Play non arriva dal cielo come una grazia divina, deve essere impresso nella mente e dobbiamo sempre combattere affinchè rimanga vivo.

Il successo è sempre misurabile, il Fair Play non lo è, il successo è l’aspetto tangibile mentre il Fair Play è l’aspetto invisibile: due poli opposti che si determinano reciprocamente, tanto più si allontanano l’uno dall’altro. Il che accresce il pericolo di una frattura: più l’aspetto visibile è l’unico dominante, più si prova il bisogno di rafforzare quello nascosto.

Non si può concepire lo sport senza regole, ma l’osservanza delle regole non si applica al Fair Play.

La democrazia è una forma di organizzazione politica legata a leggi formali e all’osservanza delle regole. Ma che cosa sarebbe la democrazia senza I suoi protagonist? Solo loro sono in grado di perpretare tradizioni democratiche, una democrazia solo formale non è democrazia. Lo stesso avviene per il Fair Play.

Ricordiamoci che lo sport non è solo prestazione fisica è anche e allo stesso tempo prestazione morale ed è proprio in questo che interviene il Fair Play.

Comandamenti come la Carta del Fair Play non bastano più, al Fair Play si può giungere solo con un atto personale di volontà, in quanto esso non è mai un semplice valore in sè, ma un modo di vivere.

Il Fair Play non nasce da teorie filosofiche chiuse in un cassetto, ma dall’incontro, dal dialogo, dalla competizion.

Il Fair Play non si decreta, deve nascere da sè e il suo valore si rivela considerando il suo contrario: l’atto sleale.

“Dichiarare che non è fallo”, sostituendosi alla decisione dell’arbitro, “affermare di aver toccato la palla con la mano”, nonostante che l’arbitro (che non ha visto) faccia continuare il gioco, “fermare la palla e di conseguenza il gioco” (anche se si può concludere indisturbati a rete) se un giocatore è a terra infortunato, “dichiarare al giudice di sedia che la pallina è fuori campo anche se è stata dichiarata dentro” non sono atti di Fair Play, sono buoni esempi nello sport e fanno parte dell’etica sportiva.

 

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