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Ma
si va a scuola
o si va in Borsa?
Controparere

Gli psicologi
del centro informazioni e consulenze hanno rilevato che il 28% dei ragazzi
ha difficoltà con i familiari, il 22% con i compagni di studi, il 17% ha
problemi affettivi e l'11% ha difficoltà nel rapporto con i professori.
Un'altra ricerca statistica afferma che ben il 43% dei ragazzi di
un'affollatissima scuola fiorentina fa uso di sostanze psicotrope
illecite. Nessun dato invece su quale sia la percentuale dei ragazzi che
va volentieri a scuola, anche se possiamo presumere che sia bassa almeno
quanto quella delle persone che amano andare a lavorare, in un tragico
scenario nel quale si deve passare dalle sofferenze della scuola a quelle
della vita.
Altro discorso se la scuola fosse uno spazio utilizzato dagli adulti per
trasferire conoscenze e competenze, per fare ricerca di modelli di sapere
e di stare insieme diversi. Un luogo dove mentre si sperimenta la
possibilità di migliorare le regole dello stare e del fare insieme, si
acquisiscono gli strumenti culturali per affrontare i problemi
dell'esistenza quotidiana.
In quel modello di scuola i ragazzi dovrebbero diventare sempre più
autonomi e più capaci di contribuire non solo alla loro crescita, ma
anche all'innovazione della società. Invece, vedendo come vanno le cose,
potrebbe sembrare che gli adulti utilizzino la scuola solo per tenere i
ragazzi occupati, in modo che arrivino al centro del potere solo quando
non hanno da dire più niente di nuovo.
La possibilità che la scuola sia soprattutto un laboratorio di affettività
e di divertimento finisce con le elementari. Difficile capire perché.
Forse rendere la scuola a misura dei ragazzi ha dei costi elevati? Non
credo proprio. Non sono i soldi, i computer che fanno la qualità
dell'esperienza: sono gli uomini, il loro senso della responsabilità, la
loro affettività e capacità di creare interesse.
Non ci vogliono grandi investimenti per capire che le cose andrebbero
meglio se gli educatori si impegnassero a rendere meno difficile la
crescita dei ragazzi: facilitare è un atteggiamento mentale, non è
qualcosa che si deve comprare. La nostra società ha però una fissazione,
l'economia e i suoi obiettivi: successo, denaro,consumo.
Ogni notiziario ci informa di come sta andando la borsa. E sembra che
questo debba essere il termometro che misura lo stato di benessere. Quindi
anche la questione scuola deve ridursi a criteri legati ai soldi. Se ci
fossero più soldi tutto sarebbe più facile. Ma per avere più soldi
bisogna lavorare di più, avere meno tempo per stare insieme: insomma
bisogna aumentare la fatica di vivere. Così il mondo della scuola copia
il mondo dell'economia, si adatta, ne accetta i valori. La scuola esce da
un universo di possibile affettività, nel quale si era solo timidamente
affacciata, per entrare nelle tasche di coloro che hanno il governo
dell'economia.
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