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Sociologia
ANZIANI
E NUOVE GENERAZIONI

1.
Conflitti generazionali
Nella
condizione della modernità le relazioni tra generazioni hanno luogo
all’interno di uno scenario profondamente mutato rispetto alle forme di
sviluppo precedenti, rinvenibili, nelle nostre città, fino a pochi
decenni. Questo scenario risulta diverso rispetto ad almeno tre
caratteristiche che hanno a che fare più o meno direttamente con aspetti
di “organizzazione”: ridefinizione dalla base demografica,
organizzazione dei tempi individuali, familiari e cittadini, separazione
degli spazi inerenti ad ambiti differenti di attività.
Naturalmente
queste tre variabili non rappresentano l’intero quadro di mutamento in
cui si muovono attualmente le generazioni, tuttavia esse costituiscono un
aspetto importante proprio rispetto alle possibilità logistiche che
permettono la realizzazione (o non realizzazione) dello scambio.
Un
elemento determinante, centrale nel gioco delle relazioni effettive e
possibili risulta la difficoltà oggettiva, per generazioni diverse, di
essere contemporaneamente presenti, entrare in contatto, condividere
situazioni ed esperienze. Sono venuti a mancare, infatti, sempre più gli
spazi relazionali in cui la condizione di compresenza possa realizzarsi in
modo “naturale”, ovvero all’interno del normale svolgimento della
vita quotidiana, senza che essa dia adito a qualche forma di struttura.
In
primo luogo, l’avvenuto cambiamento dello spazio domestico e familiare,
in cui, negli anni precedenti, la presenza di più figli, che
attraversavano fasi diverse nel corso della vita, assicurava una più
prolungata continuità al ciclo di vita familiare, una maggiore contiguità
delle generazioni e un’analoga gradualità del loro avvicendamento. Le
condizioni dell’abitare, d’altra parte, all’interno di città meno
estese, con una morfologia sociale meno complessa ed in cui si realizzava
una maggiore agevolezza di transito, consentivano la mobilità, in
condizioni di autonomia, alla maggior parte della popolazione e rendevano
possibile quindi il mantenimento di un legame più continuo tra le
generazioni dello stesso nucleo familiare, pur in condizioni di non
convivenza dei membri.
Analogamente, l’altro spazio di socializzazione per
eccellenza, che è quello lavorativo, tende ad essere sempre meno variato
sotto il profilo generazionale. L’ingresso ritardato nel mercato del
lavoro, la possibilità di uscirne ad un’età relativamente giovane e la
scarsa mobilità della forza lavoro rendono l’attività lavorativa
patrimonio di una fascia ristretta di popolazione che appartiene
approssimativamente alle generazioni centrali. La pluralità dei mercati
del lavoro, poi, rende possibile una collocazione “separata” delle
fasce generazionali che risultano “anormali” per il mercato centrale.
Ma
non è solo l’ambito dell’attività lavorativa che seleziona
popolazioni omogenee rispetto all’età. Ciò si verifica anche per altre
sfere di attività della vita quotidiana, in relazione alle parti del
giorno in cui esse si realizzano, nonché agli spazi frequentati.
L’attuale
organizzazione sociale, favorisce la creazione di spazi sociali
circoscritti, i cui criteri di appartenenza e di partecipazione, non
definendosi solo più o esclusivamente in termini di classe, ma anche in
termini di omogeneità più ampie e complesse, danno grande importanza
alla connotazione generazionale. Nella pratica quotidiana e nelle giornate
soggette a minore regolamentazione, il collegamento, soprattutto tra
generazioni lontane, viene in effetti realizzato. Esso, tuttavia, spesso
avviene soltanto grazie alla mediazione dei soli gruppi generazionali
dotati di autonomia o in grado di attuare riorganizzazioni in risposta
alle situazioni che si presentano. Ciò avviene in genere nelle fasce di
età centrali, che assumono così la funzione di vera e propria saldatura
tra le generazioni, sia attraverso la struttura domestica, sia in virtù
di un relativamente ampio dominio sugli spazi, che consente ad esse la
mobilità e la realizzazione di complesse strategie organizzative.
2.
Difficoltà di comunicazione tra giovani e anziani
Il
problema della difficoltà di comunicazione tra giovani e anziani non
appare più senza via di uscita e, in ogni caso, perde molto la sua
drammaticità. Una soluzione si può intravedere proprio per il fatto che
la difficoltà non è dovuta alle forme della comunicazione, ma alla
disparità di mondi vitali, come prima conseguenza della rigida
organizzazione della produzione. Per questo, proprio i più recenti
cambiamenti della produzione e dell’organizzazione sociale complessiva,
in senso post-industriale, possono aprire nuove prospettive per una
diversa collocazione dell’anziano all’interno del sistema e dare nuovi
spazi alla comunicazione intergenerazionale. Avviene cioè che, con la
perdita di centralità della grande fabbrica e della cultura industriale,
viene a cadere quella barriera che contrapponeva i produttori, considerati
un onere per la società. Questa contrapposizione era la causa delle
incomunicabilità tra giovani (non ancora inseriti nel processo
produttivo), adulti (produttori) e anziani (usciti dal processo
produttivo).
Due
sembrano essere i fattori che possono portare al superamento di questa
antica e radicata contrapposizione. Da una parte, le nuove e nuovissime
tecnologie produttive hanno oscurato di molto la netta dicotomia tra
lavoro produttivo e improduttivo, molto spesso la stessa presenza operaia
dentro la fabbrica non è
giustificabile
in termini di produttività, ma trova fondamento in motivazioni a livello
sociale. Così, le stesse figure che tradizionalmente si presentavano come
emblematiche della produttività vedono, sotto questo aspetto, messa in
crisi la loro stessa identità.
Parallelamente
si assiste ad un progressivo allargamento della fascia di “non
produttori” tradizionali.
Allora,
se restano forse insuperabili le difficoltà di comunicazione tra gli
adulti ed anziani, si può intravedere invece la possibilità di un
rapporto comunicativo diretto tra giovani e anziani. E questo è possibile
non per ragioni affettive, emotive, comunque individuali, non è il fatto
del nipotino che vuol bene al nonno, ma piuttosto avviene per ragioni
strutturali dovute alla crisi della grande fabbrica, al crollo della
cultura del lavoro, al ridimensionamento delle suggestioni della società
industriale come prospettiva di benessere e di sviluppo illimitati.
La
comunicazione diretta tra giovani e anziani emerge quindi come uno dei
dati fondamentali che caratterizzano i rapporti intergenerazionali nelle
aree non industrializzate, ma anche in quelle dove l’industria, la
grande fabbrica, come modello di riferimento e come centro di irradiazione
di valori, di norme, di rapporti sociali complessivi, ha esaurito la sua
spinta.
Questa
comunicazione diretta, che si basa su una vicinanza ideale tra il mondo
dei giovani e il mondo degli anziani, per certi versi nuova, ma con radici
consolidate nella solidarietà tradizionale, si articola in tre momenti:
1) quello del lavoro, in cui permane fondamentale l’esperienza del
lavoratore di una volta, precedente la frantumazione delle mansioni, a cui
la lunga permanenza dentro la fabbrica conferiva una vera professionalità,
e la cui scomparsa, avviata con i processi di parcellizzazione ripetitiva
del lavoro, è stata definitivamente sancita dalla diffusione delle nuove
tecnologie nella produzione. Se questo riguarda le attività tradizionali,
dall’agricoltura all’artigianato, gli anziani costituiscono l’unica
vera e propria scuola di formazione, mostrando peraltro molto spesso
maggiore spirito di adattamento, maggiore flessibilità e maggiore
apertura verso il nuovo di quanto non mostrino gli adulti. 2) Quello
dell’esistenza. Se è difficile salvare una pienezza del ruolo sociale
dell’anziano, considerato il livello di compromissione, si assiste, in
ogni caso, in maniera diffusa al sorgere di iniziative per l’assistenza
agli anziani, di cui i giovani sono protagonisti. Si verifica in questo
campo una situazione in cui la domanda debole di servizi sociali si media
e si compone con la domanda debole di occupazione giovanile, dando luogo a
una domanda forte di migliore qualità della vita, che ben si coniuga con
le modernissime attenzioni
per una qualità globale, anche di tipo ambientale, ecologico, ecc.
3) Quello della socializzazione, tanto ludica quanto culturale o
politica. Si pensi alla valorizzazione delle tradizioni locali, in cui
proprio la partecipazione viva degli anziani consente di cogliere la
tradizione stessa come continuità, come luogo in cui il preesistente si
coniuga col mutamento. Senza questo elemento di continuità sarebbe
improprio parlare di tra-dizione: si tratterebbe di operazioni di
archeologia culturale, volte alla riscoperta e conservazione di culture in
via di estinzione, o già estinte, piuttosto che di valorizzazione delle
culture locali come componenti a pieno titolo dell’identità complessiva.
In
questo settore di attività accade spesso che gli adulti siano scarsamente
presenti, contro una forte presenza di anziani, che nelle culture locali
ritrovano parte della loro vita, e di giovani, che mostrano un forte
interesse per quanto li riporta alle proprie radici culturali. Gli anziani
vengono così a costituire quasi il tramite per la più difficile
comunicazione intergenerazionale.
Il
difficile rapporto tra gli anziani e i giovani
rimanda all’interrogativo se le sensibili difficoltà
comunicative siano dovute alla diversità del modo di comunicare o alla
mancanza di oggetto di comunicazione. In altri termini, si ipotizza il
fatto che il problema della comunicabilità tra generazioni non sia più
quello del come comunicare, ma del che
cosa comunicare. La difficoltà non nasce cioè da diversità di
codici, ma dalla impenetrabilità di due differenti universi.
Questo
avviene perche, a differenza che in passato, il problema non è più solo
quello dell’eterno mutare dei ritmi di vita, delle tensioni, delle
esigenze delle nuove generazioni: questo è stato fonte di incomunicabilità
tra padri e figli fin dai tempi antichi. Ma ora il salto generazionale si
è inserito in un salto epocale che rende difficile agli anziani la stessa
percezione del mondo delle nuove generazioni e viceversa: il problema
della mancata comunicazione appare quindi come una conseguenza di questo
“salto”. E proprio questo salto epocale ha trasformato radicalmente,
con la composizione sociale, il ruolo e la stessa figura dell’anziano,
mutandone persino la propria autopercezione. Il fatto che i giovani di
oggi siano culturalmente lontani e differenti dai loro genitori più di
quanto questi non lo fossero dai rispettivi nonni non è un problema di
forme della comunicazione, ma di mutati rapporti sociali complessivi, di
cambiamento di valori, di differente collocazione dei soggetti nel sistema
produttivo.
Oggi,
la nostra società conferisce il pieno diritto di adesione soltanto agli
adulti sani. Pertanto, il problema della difficoltà di comunicazione tra
anziani e giovani si pone, come problema sociale, in quanto i primi sono
ritenuti non-produttori, e in
quanto tali non sono integrati nella società. Tale situazione permane
fino a quando l’inclusione e la “cittadinanza”, intese come accesso
alla piena fruizione di diritti e garanzie della comunità, resteranno un
diritto che si merita, legato alla logica della razionalità economica in
termini di costi-benefici.
Un
altro elemento alla base della difficoltà di comunicazione tra i giovani
e gli anziani è la rottura dei rapporti, dei tempi, dei ritmi
tradizionali, cui anche l’anziano partecipava non per una sua capacità
di prestazione lavorativa, ma in virtù della sua stessa esistenza. Il
lavoro nei campi aveva una dimensione collettiva, in cui lo scambio tra
possessori di diversi strumenti di lavoro o di diversi settori di
competenze o di diversi livelli di esperienze rappresentava la normalità.
Da questa dimensione nessuno era escluso, ma al contrario ciascuno era
tenuto a contribuire a seconda delle sue competenze e delle sue capacità
fisiche. Così l’anziano continuava ad essere una componente essenziale
della società, viva e presente nel momento nel momento della produzione
come nel momento della socializzazione. Ci si trova in pratica in un tipo
di organizzazione sociale a bassa complessità in cui la divisione per età
si articolava sostanzialmente in due fasce: quella dei bambini e quella
degli adulti, che comprendeva anche i ragazzi e i vecchi, rispecchiando
per certi versi le divisioni tribali tra non iniziati e iniziati.
In
termini di comunicazione intergenerazionale, il superamento della
struttura produttiva preindustriale ha significato il venir meno di una
rete di relazioni in cui l’anziano trovava un suo ruolo che andava ben
oltre quello di “memoria storica”, ma che lo collocava piuttosto in
una posizione di partecipazione positiva alla vita presente.
3.
Gioventù e vecchiaia
Gioventù
e vecchiaia si atteggiano nella maggior parte di queste relazioni in modo
corrispondente all’essere femminile e all’essere maschile. La donna
giovane è la vera donna; la donna vecchia diviene più simile all’uomo.
E l’uomo giovane ha ancora molto di femminile nel suo essere; l’uomo
maturo, nel pieno dell’età, è il vero uomo. Così donne e bambini
stanno bene insieme, uniti dallo stesso spirito e in grado di comprendersi
facilmente. I bambini sono ingenui, innocui, vivono nel presente,
determinati dal loro modo di vivere e nella loro semplice occupazione
dalla natura, dalla casa, dalla volontà di coloro che li amano e li
curano. La crescita e lo sviluppo delle disposizioni in essi latenti
costituiscono il vero contenuto della loro esistenza. In questo modo, essi
appaiono come vere creature innocenti, nel senso che anche ciò che fanno
di male è compiuto in forza di uno spirito estraneo, imperante in essi.
Soltanto col pensiero e col sapere, i quali presuppongono che l’uomo
abbia imparato ciò che è giusto e doveroso, e quindi con la memoria e
con la coscienza, egli diventa se stesso e diventa responsabile, cioè sa
ciò che fa. Questo processo avrà raggiunto la sua perfezione quando
l’uomo agirà a sangue freddo, con pre-meditazione, a proprio vantaggio,
come essere ragionevole. Allora la legge o la regola non è più al di
sopra e dentro di lui, ma al di sotto e al di fuori di lui; egli non la
osserva se e quando ritiene di raggiungere meglio il suo fine in altra
maniera; ed egli assume su di sé, come certe e probabili, le conseguenze
della sua trasgressione. Egli può sbagliare il suo calcolo e può venir
rimproverato come insensato, perché preferisce una specie inferiore a
quelli migliori; forse egli stesso si vede in tale luce, e si pente una
volta raggiunto il suo fine. Ma, dal momento che ha riflettuto e si è
deciso, egli poteva (secondo la premessa) disporre, soltanto con la
propria forza di pensiero, dei dati di cui aveva la consapevolezza e il
controllo. La valutazione che il pensiero ha fatto di questi dati è stata
la sua vera attività: egli poteva valutarli diversamente, ed avrebbe
potuto farlo, non già se lo avesse voluto, ma se la sua conoscenza fosse
stata maggiore e più estesa. La correzione e il miglioramento di
prospettiva rimane quindi l’unica cosa desiderabile, per permettere un
agire più intelligente e, quindi, migliore per soggetto. Mediante il
pensiero spregiudicato e calcolatore l’uomo diventa libero dagli
impulsi, dai sentimenti, dalle passioni, dai pregiudizi, che sembrano
altrimenti dominarlo. Ecco perché, con l’età, diminuisce
la passione dell’amore e dell’amicizia, ma diminuiscono anche
l’odio, la collera e l’ostilità. Ma naturalmente queste stesse
sensazioni diventano vitali, in larga misura, soltanto alle condizioni
implicite in una certa età. Inoltre, soltanto col passare del tempo,
l’abitudine e il senso permanente e crescente del suo valore diventano
una potenza poderosa che lega l’uomo all’uomo. Ciò resta pienamente
valido quando si prendono in considerazione lo sviluppo e la maturità
intellettuale. Perciò, l’individuo passionale potrà, in modo più
facile e con minor riguardo per altri motivi in lui ancora deboli e meno
inibitori, impiegare la sua capacità esistente di pensare astutamente,
elaborando piani; ed il giovane vi riuscirà meglio del vecchio. Per
raggiungere i suoi scopi, egli affronterà anche più facilmente pericoli
che lo minacciano nel corpo e nella vita, poiché gli verrà in aiuto il
coraggio giovanile, che, in quanto tale, è sconsiderato. Tuttavia, la
condizione principale per un puro procedimento arbitrario rimane sempre
l’indipendenza del cervello pensante e la sua ricchezza, grazie alla
quale esso dispone di una massa di esperienza accumulata, nonché della
scienza che ne ha ricavata o che è di utilità al suo corpo e alla sua
vita, ed infine, forse, anche alla salute della sua anima. E questo è il
tratto caratteristico del vecchio, specialmente quando i suoi affari e i
suoi pensieri si concentrano tutti su fini determinati e semplici, che
appaiono raggiungibili mediante l’intelligenza.
CONCLUSIONI
La
coppia "giovani-anziani" rinvia, in ogni tempo e in qualunque
società, alla struttura stessa della società, al suo carattere economico
e culturale, ai valori e, perfino, alle stereotipie sociali. In questo
senso i termini opposti "giovani-anziani" hanno via via assunto
la caratteristica di una dialettica, ovvero di un rapporto di
simmetria-asimmetria, nonché di una vera e propria contrapposizione. Si
pensi, per esempio, alla radicale differenza tra una società
militare/autoritaria, quale quella spartana, nella quale gli
"anziani" vedevano i giovani come elementi da addestrare per
essere inseriti nella gerarchia sociale, e una società nella quale i
primi processi di industrializzazione da una parte spingevano gli
"anziani-incapaci" ai margini della gerarchia sociale e
dall’altra introducevano anzi tempo i giovani nella vita adulta con il
risultato di produrre delle vere e proprie asimmetrie sociali.
Nell’attuale società il rapporto "giovani-anziani" è
caratterizzato da diverse e contraddittorie connotazioni che oscillano in
un ampio arco i cui estremi vanno dalla considerazione dei giovani quale
"merce rara", da appoggiare, salvaguardare e coccolare in ogni
modo e in qualunque circostanza, alla considerazione che imputa agli
anziani la non occupazione dei giovani, con evidente messa in crisi della
"solidarietà generazionale", che rimane uno dei fondamentali
presupposti per la sopravvivenza di un qualunque, semplice aggregato
umano, tanto più di una società complessa.
Al
momento, una delle maggiori difficoltà che impediscono una chiara visione
della coppia "giovani-anziani" consiste nell’estesa equivocità
dei termini in questione. Non è soltanto retorica la domanda circa le
caratteristiche che definiscono un giovane (e per converso un anziano)
trattandosi, in realtà, di caratteristiche che potrebbero essere
associate a variegati e molteplici "mondi vitali", cioè che
fanno riferimento a situazioni esistenziali e sociali decisamente non
omogenee.
Dal
punto di vista generale, ovvero di una macro-analisi sociologica, ci
troviamo qui in un contesto molto più ampio della semplice necessità di
comprendere chi è oggi veramente giovane
e chi veramente anziano.
Il
problema è ampio e fa riferimento ad un passaggio ancora non compiuto
dell’attuale e complessa società contemporanea, che potremmo
semplificare, senza banalizzarlo, prendendo a prestito un’immagine
ricavata dalla pratica sportiva: "getta il cuore oltre
l’ostacolo!". L’attuale società, da molti punti di vista, ha
seguito le proprie intuizioni, andando oltre il contingente, lasciando
tuttavia il proprio "corpo" al di qua dell’ostacolo, al di qua
dei propri sogni e delle grandi novità che sembrano
contingenti e a portata di mano. Ciò che si vuol dire, in sostanza,
è che le grandi trasformazioni che hanno coinvolto la società
contemporanea, in particolare a partire dagli anni Settanta, sono state
tali in intensità e rapidità che non hanno dato il tempo agli individui
di tradurle in termini culturali, subendole più che comprendendole.
In
questa breve analisi si proponeva esclusivamente di mettere in luce alcuni
vincoli o opportunità relativi al contatto tra le generazioni. Penso
tuttavia che non siano trascurabili le mutate condizioni in cui lo scambio
teorico avviene, le quali, possono essere influenzare anche la qualità
dello scambio reale. Una delle caratteristiche che più colpiscono nello
studio dei comportamenti quotidiani è la separazione, nelle routines
abituali, tra la popolazioni diverse. Il fatto che la ricomposizione tra
gruppi generazionali, peraltro ricercata dai soggetti stessi, debba essere
frutto di un’azione intenzionale, di una rottura della continuità, di
un progetto organizzativo cambia probabilmente la natura delle relazioni,
rende meno naturale il processo di apprendimento e conoscenza tra gruppi
generazionali-che peraltro hanno limitate possibilità di sviluppare
esperienze comuni-,rende forse più problematica nella società la
saldatura tra la memoria collettiva e il progetto individuale.
BIBLIOGRAFIA
NOTE
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