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Prof.ssa Giovanna De Marco  

Laureata in Scienze Motorie

Psicologo dello Sport

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Rif.

GDM04
 

Sociologia

ANZIANI E NUOVE GENERAZIONI

1. Conflitti generazionali

Nella condizione della modernità le relazioni tra generazioni hanno luogo all’interno di uno scenario profondamente mutato rispetto alle forme di sviluppo precedenti, rinvenibili, nelle nostre città, fino a pochi decenni. Questo scenario risulta diverso rispetto ad almeno tre caratteristiche che hanno a che fare più o meno direttamente con aspetti di “organizzazione”: ridefinizione dalla base demografica, organizzazione dei tempi individuali, familiari e cittadini, separazione degli spazi inerenti ad ambiti differenti di attività.

Naturalmente queste tre variabili non rappresentano l’intero quadro di mutamento in cui si muovono attualmente le generazioni, tuttavia esse costituiscono un aspetto importante proprio rispetto alle possibilità logistiche che permettono la realizzazione (o non realizzazione) dello scambio.

Un elemento determinante, centrale nel gioco delle relazioni effettive e possibili risulta la difficoltà oggettiva, per generazioni diverse, di essere contemporaneamente presenti, entrare in contatto, condividere situazioni ed esperienze. Sono venuti a mancare, infatti, sempre più gli spazi relazionali in cui la condizione di compresenza possa realizzarsi in modo “naturale”, ovvero all’interno del normale svolgimento della vita quotidiana, senza che essa dia adito a qualche forma di struttura.

In primo luogo, l’avvenuto cambiamento dello spazio domestico e familiare, in cui, negli anni precedenti, la presenza di più figli, che attraversavano fasi diverse nel corso della vita, assicurava una più prolungata continuità al ciclo di vita familiare, una maggiore contiguità delle generazioni e un’analoga gradualità del loro avvicendamento. Le condizioni dell’abitare, d’altra parte, all’interno di città meno estese, con una morfologia sociale meno complessa ed in cui si realizzava una maggiore agevolezza di transito, consentivano la mobilità, in condizioni di autonomia, alla maggior parte della popolazione e rendevano possibile quindi il mantenimento di un legame più continuo tra le generazioni dello stesso nucleo familiare, pur in condizioni di non convivenza dei membri.

 Analogamente, l’altro spazio di socializzazione per eccellenza, che è quello lavorativo, tende ad essere sempre meno variato sotto il profilo generazionale. L’ingresso ritardato nel mercato del lavoro, la possibilità di uscirne ad un’età relativamente giovane e la scarsa mobilità della forza lavoro rendono l’attività lavorativa patrimonio di una fascia ristretta di popolazione che appartiene approssimativamente alle generazioni centrali. La pluralità dei mercati del lavoro, poi, rende possibile una collocazione “separata” delle fasce generazionali che risultano “anormali” per il mercato centrale.

 Ma non è solo l’ambito dell’attività lavorativa che seleziona popolazioni omogenee rispetto all’età. Ciò si verifica anche per altre sfere di attività della vita quotidiana, in relazione alle parti del giorno in cui esse si realizzano, nonché agli spazi frequentati.

L’attuale organizzazione sociale, favorisce la creazione di spazi sociali circoscritti, i cui criteri di appartenenza e di partecipazione, non definendosi solo più o esclusivamente in termini di classe, ma anche in termini di omogeneità più ampie e complesse, danno grande importanza alla connotazione generazionale. Nella pratica quotidiana e nelle giornate soggette a minore regolamentazione, il collegamento, soprattutto tra generazioni lontane, viene in effetti realizzato. Esso, tuttavia, spesso avviene soltanto grazie alla mediazione dei soli gruppi generazionali dotati di autonomia o in grado di attuare riorganizzazioni in risposta alle situazioni che si presentano. Ciò avviene in genere nelle fasce di età centrali, che assumono così la funzione di vera e propria saldatura tra le generazioni, sia attraverso la struttura domestica, sia in virtù di un relativamente ampio dominio sugli spazi, che consente ad esse la mobilità e la realizzazione di complesse strategie organizzative[1].

2. Difficoltà di comunicazione tra giovani e anziani

Il problema della difficoltà di comunicazione tra giovani e anziani non appare più senza via di uscita e, in ogni caso, perde molto la sua drammaticità. Una soluzione si può intravedere proprio per il fatto che la difficoltà non è dovuta alle forme della comunicazione, ma alla disparità di mondi vitali, come prima conseguenza della rigida organizzazione della produzione. Per questo, proprio i più recenti cambiamenti della produzione e dell’organizzazione sociale complessiva, in senso post-industriale, possono aprire nuove prospettive per una diversa collocazione dell’anziano all’interno del sistema e dare nuovi spazi alla comunicazione intergenerazionale. Avviene cioè che, con la perdita di centralità della grande fabbrica e della cultura industriale, viene a cadere quella barriera che contrapponeva i produttori, considerati un onere per la società. Questa contrapposizione era la causa delle incomunicabilità tra giovani (non ancora inseriti nel processo produttivo), adulti (produttori) e anziani (usciti dal processo produttivo).

Due sembrano essere i fattori che possono portare al superamento di questa antica e radicata contrapposizione. Da una parte, le nuove e nuovissime tecnologie produttive hanno oscurato di molto la netta dicotomia tra lavoro produttivo e improduttivo, molto spesso la stessa presenza operaia dentro la fabbrica non è

giustificabile in termini di produttività, ma trova fondamento in motivazioni a livello sociale. Così, le stesse figure che tradizionalmente si presentavano come emblematiche della produttività vedono, sotto questo aspetto, messa in crisi la loro stessa identità.

Parallelamente si assiste ad un progressivo allargamento della fascia di “non produttori” tradizionali.

Allora, se restano forse insuperabili le difficoltà di comunicazione tra gli adulti ed anziani, si può intravedere invece la possibilità di un rapporto comunicativo diretto tra giovani e anziani. E questo è possibile non per ragioni affettive, emotive, comunque individuali, non è il fatto del nipotino che vuol bene al nonno, ma piuttosto avviene per ragioni strutturali dovute alla crisi della grande fabbrica, al crollo della cultura del lavoro, al ridimensionamento delle suggestioni della società industriale come prospettiva di benessere e di sviluppo illimitati[1].

La comunicazione diretta tra giovani e anziani emerge quindi come uno dei dati fondamentali che caratterizzano i rapporti intergenerazionali nelle aree non industrializzate, ma anche in quelle dove l’industria, la grande fabbrica, come modello di riferimento e come centro di irradiazione di valori, di norme, di rapporti sociali complessivi, ha esaurito la sua spinta.

Questa comunicazione diretta, che si basa su una vicinanza ideale tra il mondo dei giovani e il mondo degli anziani, per certi versi nuova, ma con radici consolidate nella solidarietà tradizionale, si articola in tre momenti: 1) quello del lavoro, in cui permane fondamentale l’esperienza del lavoratore di una volta, precedente la frantumazione delle mansioni, a cui la lunga permanenza dentro la fabbrica conferiva una vera professionalità, e la cui scomparsa, avviata con i processi di parcellizzazione ripetitiva del lavoro, è stata definitivamente sancita dalla diffusione delle nuove tecnologie nella produzione. Se questo riguarda le attività tradizionali, dall’agricoltura all’artigianato, gli anziani costituiscono l’unica vera e propria scuola di formazione, mostrando peraltro molto spesso maggiore spirito di adattamento, maggiore flessibilità e maggiore apertura verso il nuovo di quanto non mostrino gli adulti. 2) Quello dell’esistenza. Se è difficile salvare una pienezza del ruolo sociale dell’anziano, considerato il livello di compromissione, si assiste, in ogni caso, in maniera diffusa al sorgere di iniziative per l’assistenza agli anziani, di cui i giovani sono protagonisti. Si verifica in questo campo una situazione in cui la domanda debole di servizi sociali si media e si compone con la domanda debole di occupazione giovanile, dando luogo a una domanda forte di migliore qualità della vita, che ben si coniuga con le modernissime  attenzioni per una qualità globale, anche di tipo ambientale, ecologico, ecc.  3) Quello della socializzazione, tanto ludica quanto culturale o politica. Si pensi alla valorizzazione delle tradizioni locali, in cui proprio la partecipazione viva degli anziani consente di cogliere la tradizione stessa come continuità, come luogo in cui il preesistente si coniuga col mutamento. Senza questo elemento di continuità sarebbe improprio parlare di tra-dizione: si tratterebbe di operazioni di archeologia culturale, volte alla riscoperta e conservazione di culture in via di estinzione, o già estinte, piuttosto che di valorizzazione delle culture locali come componenti a pieno titolo dell’identità complessiva[2].

In questo settore di attività accade spesso che gli adulti siano scarsamente presenti, contro una forte presenza di anziani, che nelle culture locali ritrovano parte della loro vita, e di giovani, che mostrano un forte interesse per quanto li riporta alle proprie radici culturali. Gli anziani vengono così a costituire quasi il tramite per la più difficile comunicazione intergenerazionale[3].

Il difficile rapporto tra gli anziani e i giovani  rimanda all’interrogativo se le sensibili difficoltà comunicative siano dovute alla diversità del modo di comunicare o alla mancanza di oggetto di comunicazione. In altri termini, si ipotizza il fatto che il problema della comunicabilità tra generazioni non sia più quello del come comunicare, ma del che cosa comunicare. La difficoltà non nasce cioè da diversità di codici, ma dalla impenetrabilità di due differenti universi.

Questo avviene perche, a differenza che in passato, il problema non è più solo quello dell’eterno mutare dei ritmi di vita, delle tensioni, delle esigenze delle nuove generazioni: questo è stato fonte di incomunicabilità tra padri e figli fin dai tempi antichi. Ma ora il salto generazionale si è inserito in un salto epocale che rende difficile agli anziani la stessa percezione del mondo delle nuove generazioni e viceversa: il problema della mancata comunicazione appare quindi come una conseguenza di questo “salto”. E proprio questo salto epocale ha trasformato radicalmente, con la composizione sociale, il ruolo e la stessa figura dell’anziano, mutandone persino la propria autopercezione. Il fatto che i giovani di oggi siano culturalmente lontani e differenti dai loro genitori più di quanto questi non lo fossero dai rispettivi nonni non è un problema di forme della comunicazione, ma di mutati rapporti sociali complessivi, di cambiamento di valori, di differente collocazione dei soggetti nel sistema produttivo.

Oggi, la nostra società conferisce il pieno diritto di adesione soltanto agli adulti sani. Pertanto, il problema della difficoltà di comunicazione tra anziani e giovani si pone, come problema sociale, in quanto i primi sono ritenuti non-produttori, e in quanto tali non sono integrati nella società. Tale situazione permane fino a quando l’inclusione e la “cittadinanza”, intese come accesso alla piena fruizione di diritti e garanzie della comunità, resteranno un diritto che si merita, legato alla logica della razionalità economica in termini di costi-benefici.

Un altro elemento alla base della difficoltà di comunicazione tra i giovani e gli anziani è la rottura dei rapporti, dei tempi, dei ritmi tradizionali, cui anche l’anziano partecipava non per una sua capacità di prestazione lavorativa, ma in virtù della sua stessa esistenza. Il lavoro nei campi aveva una dimensione collettiva, in cui lo scambio tra possessori di diversi strumenti di lavoro o di diversi settori di competenze o di diversi livelli di esperienze rappresentava la normalità. Da questa dimensione nessuno era escluso, ma al contrario ciascuno era tenuto a contribuire a seconda delle sue competenze e delle sue capacità fisiche. Così l’anziano continuava ad essere una componente essenziale della società, viva e presente nel momento nel momento della produzione come nel momento della socializzazione. Ci si trova in pratica in un tipo di organizzazione sociale a bassa complessità in cui la divisione per età si articolava sostanzialmente in due fasce: quella dei bambini e quella degli adulti, che comprendeva anche i ragazzi e i vecchi, rispecchiando per certi versi le divisioni tribali tra non iniziati e iniziati.

In termini di comunicazione intergenerazionale, il superamento della struttura produttiva preindustriale ha significato il venir meno di una rete di relazioni in cui l’anziano trovava un suo ruolo che andava ben oltre quello di “memoria storica”, ma che lo collocava piuttosto in una posizione di partecipazione positiva alla vita presente.

3. Gioventù e vecchiaia

Gioventù e vecchiaia si atteggiano nella maggior parte di queste relazioni in modo corrispondente all’essere femminile e all’essere maschile. La donna giovane è la vera donna; la donna vecchia diviene più simile all’uomo. E l’uomo giovane ha ancora molto di femminile nel suo essere; l’uomo maturo, nel pieno dell’età, è il vero uomo. Così donne e bambini stanno bene insieme, uniti dallo stesso spirito e in grado di comprendersi facilmente. I bambini sono ingenui, innocui, vivono nel presente, determinati dal loro modo di vivere e nella loro semplice occupazione dalla natura, dalla casa, dalla volontà di coloro che li amano e li curano. La crescita e lo sviluppo delle disposizioni in essi latenti costituiscono il vero contenuto della loro esistenza. In questo modo, essi appaiono come vere creature innocenti, nel senso che anche ciò che fanno di male è compiuto in forza di uno spirito estraneo, imperante in essi. Soltanto col pensiero e col sapere, i quali presuppongono che l’uomo abbia imparato ciò che è giusto e doveroso, e quindi con la memoria e con la coscienza, egli diventa se stesso e diventa responsabile, cioè sa ciò che fa. Questo processo avrà raggiunto la sua perfezione quando l’uomo agirà a sangue freddo, con pre-meditazione, a proprio vantaggio, come essere ragionevole. Allora la legge o la regola non è più al di sopra e dentro di lui, ma al di sotto e al di fuori di lui; egli non la osserva se e quando ritiene di raggiungere meglio il suo fine in altra maniera; ed egli assume su di sé, come certe e probabili, le conseguenze della sua trasgressione. Egli può sbagliare il suo calcolo e può venir rimproverato come insensato, perché preferisce una specie inferiore a quelli migliori; forse egli stesso si vede in tale luce, e si pente una volta raggiunto il suo fine. Ma, dal momento che ha riflettuto e si è deciso, egli poteva (secondo la premessa) disporre, soltanto con la propria forza di pensiero, dei dati di cui aveva la consapevolezza e il controllo. La valutazione che il pensiero ha fatto di questi dati è stata la sua vera attività: egli poteva valutarli diversamente, ed avrebbe potuto farlo, non già se lo avesse voluto, ma se la sua conoscenza fosse stata maggiore e più estesa. La correzione e il miglioramento di prospettiva rimane quindi l’unica cosa desiderabile, per permettere un agire più intelligente e, quindi, migliore per soggetto. Mediante il pensiero spregiudicato e calcolatore l’uomo diventa libero dagli impulsi, dai sentimenti, dalle passioni, dai pregiudizi, che sembrano altrimenti dominarlo. Ecco perché, con l’età, diminuisce  la passione dell’amore e dell’amicizia, ma diminuiscono anche l’odio, la collera e l’ostilità. Ma naturalmente queste stesse sensazioni diventano vitali, in larga misura, soltanto alle condizioni implicite in una certa età. Inoltre, soltanto col passare del tempo, l’abitudine e il senso permanente e crescente del suo valore diventano una potenza poderosa che lega l’uomo all’uomo. Ciò resta pienamente valido quando si prendono in considerazione lo sviluppo e la maturità intellettuale. Perciò, l’individuo passionale potrà, in modo più facile e con minor riguardo per altri motivi in lui ancora deboli e meno inibitori, impiegare la sua capacità esistente di pensare astutamente, elaborando piani; ed il giovane vi riuscirà meglio del vecchio. Per raggiungere i suoi scopi, egli affronterà anche più facilmente pericoli che lo minacciano nel corpo e nella vita, poiché gli verrà in aiuto il coraggio giovanile, che, in quanto tale, è sconsiderato. Tuttavia, la condizione principale per un puro procedimento arbitrario rimane sempre l’indipendenza del cervello pensante e la sua ricchezza, grazie alla quale esso dispone di una massa di esperienza accumulata, nonché della scienza che ne ha ricavata o che è di utilità al suo corpo e alla sua vita, ed infine, forse, anche alla salute della sua anima. E questo è il tratto caratteristico del vecchio, specialmente quando i suoi affari e i suoi pensieri si concentrano tutti su fini determinati e semplici, che appaiono raggiungibili mediante l’intelligenza[4].

CONCLUSIONI

La coppia "giovani-anziani" rinvia, in ogni tempo e in qualunque società, alla struttura stessa della società, al suo carattere economico e culturale, ai valori e, perfino, alle stereotipie sociali. In questo senso i termini opposti "giovani-anziani" hanno via via assunto la caratteristica di una dialettica, ovvero di un rapporto di simmetria-asimmetria, nonché di una vera e propria contrapposizione. Si pensi, per esempio, alla radicale differenza tra una società militare/autoritaria, quale quella spartana, nella quale gli "anziani" vedevano i giovani come elementi da addestrare per essere inseriti nella gerarchia sociale, e una società nella quale i primi processi di industrializzazione da una parte spingevano gli "anziani-incapaci" ai margini della gerarchia sociale e dall’altra introducevano anzi tempo i giovani nella vita adulta con il risultato di produrre delle vere e proprie asimmetrie sociali.
Nell’attuale società il rapporto "giovani-anziani" è caratterizzato da diverse e contraddittorie connotazioni che oscillano in un ampio arco i cui estremi vanno dalla considerazione dei giovani quale "merce rara", da appoggiare, salvaguardare e coccolare in ogni modo e in qualunque circostanza, alla considerazione che imputa agli anziani la non occupazione dei giovani, con evidente messa in crisi della "solidarietà generazionale", che rimane uno dei fondamentali presupposti per la sopravvivenza di un qualunque, semplice aggregato umano, tanto più di una società complessa.

Al momento, una delle maggiori difficoltà che impediscono una chiara visione della coppia "giovani-anziani" consiste nell’estesa equivocità dei termini in questione. Non è soltanto retorica la domanda circa le caratteristiche che definiscono un giovane (e per converso un anziano) trattandosi, in realtà, di caratteristiche che potrebbero essere associate a variegati e molteplici "mondi vitali", cioè che fanno riferimento a situazioni esistenziali e sociali decisamente non omogenee.

Dal punto di vista generale, ovvero di una macro-analisi sociologica, ci troviamo qui in un contesto molto più ampio della semplice necessità di comprendere chi è oggi veramente giovane e chi veramente anziano.

Il problema è ampio e fa riferimento ad un passaggio ancora non compiuto dell’attuale e complessa società contemporanea, che potremmo semplificare, senza banalizzarlo, prendendo a prestito un’immagine ricavata dalla pratica sportiva: "getta il cuore oltre l’ostacolo!". L’attuale società, da molti punti di vista, ha seguito le proprie intuizioni, andando oltre il contingente, lasciando tuttavia il proprio "corpo" al di qua dell’ostacolo, al di qua dei propri sogni e delle grandi novità che sembrano contingenti e a portata di mano. Ciò che si vuol dire, in sostanza, è che le grandi trasformazioni che hanno coinvolto la società contemporanea, in particolare a partire dagli anni Settanta, sono state tali in intensità e rapidità che non hanno dato il tempo agli individui di tradurle in termini culturali, subendole più che comprendendole.

In questa breve analisi si proponeva esclusivamente di mettere in luce alcuni vincoli o opportunità relativi al contatto tra le generazioni. Penso tuttavia che non siano trascurabili le mutate condizioni in cui lo scambio teorico avviene, le quali, possono essere influenzare anche la qualità dello scambio reale. Una delle caratteristiche che più colpiscono nello studio dei comportamenti quotidiani è la separazione, nelle routines abituali, tra la popolazioni diverse. Il fatto che la ricomposizione tra gruppi generazionali, peraltro ricercata dai soggetti stessi, debba essere frutto di un’azione intenzionale, di una rottura della continuità, di un progetto organizzativo cambia probabilmente la natura delle relazioni, rende meno naturale il processo di apprendimento e conoscenza tra gruppi generazionali-che peraltro hanno limitate possibilità di sviluppare esperienze comuni-,rende forse più problematica nella società la saldatura tra la memoria collettiva e il progetto individuale.

BIBLIOGRAFIA

A. ARDIGO’- E. MINARDI (a cura di), Ricerca sociale e politiche culturali, Fratelli Angeli, Milano1991.

A. GORZ, Metamorfosi del lavoro, Bollati-Boringhieri, Torino 1992.

G.B. SGRITTA, La struttura delle relazioni interfamiliari, in ISTAT, Atti del Convegno “La famiglia in Italia, Roma 1986.

R. TONNIES, Comunità e società, Ed. di Comunità, Bologna 1985.

NOTE

[1] G.B. SGRITTA, La struttura delle relazioni interfamiliari, in ISTAT, Atti del Convegno “La famiglia in Italia”, Roma 1986, pp. 167-196.

[2] A. GORZ, Metamorfosi del lavoro, Bollati-Boringhieri, Torino 1992, pp. 76-77.

[3] A.ARDIGO’- E. MINARDI (a cura di), Ricerca sociale e politiche culturali, Fratelli Angeli, Milano 1991.

[4] R. TONNIES, Comunità e società, Ed. di Comunità, Bologna 1985, pp. 194-196.

[5] Ibidem..

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