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il
profeta: insegnanti, allievi e.....Pigmalione
ovvero
aspetti
della relazione allievo-insegnante
(Comunicazione
e interazione nella didattica dell’educazione fisica e sportiva)
Affrontare
il tema della profezia che si autodetermina, come problema ricorrente
nell’avviamento allo sport sarebbe come sparare sulla croce rossa.
Purtroppo, infatti, in diverse ricerche, nell’ambito di numerose
specifiche discipline e sempre in riferimento alle fasce d’età
interessate (o almeno così dovrebbe essere) dai cosiddetti principi della
polivalenza e della multilateralità, è emerso che, tutto sommato, è su
questo fenomeno che una certa, nutrita, categoria di insegnanti e di
allenatori, fonda le valutazioni in ambito motorio-sportivo.
Prima
di analizzare il problema è opportuno darne una sommaria definizione: la
"predizione (o profezia) che si autodetermina" - altrimenti
detta "effetto Pigmalione" - è quel fenomeno per il quale le
aspettative che un individuo, nell’ambito di un ruolo particolare
(insegnante, educatore, allenatore, animatore, genitore, ecc.), nutre nei
confronti del bambino (o del ragazzo) e dei suoi comportamenti e
prestazioni, influenzeranno non solo i giudizi e le valutazioni del primo,
ma anche l’effettivo rendimento-comportamento del secondo.
Quindi,
in sintesi, un insegnante si fa un’idea, o meglio un’immagine mentale,
ben precisa del suo allievo e lo plasma in base ad essa, attraverso la
trasmissione per lo più inconscia delle proprie aspettative, che avviene
attraverso il linguaggio non verbale, attraverso le parole e, addirittura,
attraverso il metodo d’insegnamento.
Rosenthal,
servendosi dei risultati delle proprie ricerche, ha sviluppato la
cosiddetta "teoria dei quattro fattori", secondo cui, chi nutre
aspettative positive:
-
crea
clima socio-emotivo più caldo sull’interlocutore relazionale
-
gli
fornisce un maggior feedback sulla qualità delle prestazioni da lui
effettuate
-
gli
comunica più informazioni e si aspetta da lui risultati più elevati
-
crea
le condizioni più favorevoli ad un ricco scambio di domande e
risposte
Procedendo
con le sperimentazioni si è potuto verificare che, attraverso
l’interazione di questi fattori, nell’ambito dei gruppi di
apprendimento vengono prodotti costantemente degli effetti molto evidenti:
a)
gli insegnanti sorridono, approvano, guardano e si avvicinano più spesso
verso chi ritengono un buon allievo,
b)
un buon allievo riceve sempre più feedback indipendentemente dall’esito
qualitativo della risposta,
c)
un buon allievo riceve sempre reazioni più intense e chiare,
d)
gli insegnanti comunicano più lodi e meno critiche verso chi ritengono un
buon allievo,
e)
nei suoi confronti esercitano più efficacemente la propria azione
didattica,
f)
chi è ritenuto un buon allievo viene stimolato più spesso a dare
risposte, ha incarichi più impegnativi, ha più tempo per la risposta,
viene aiutato a trovare la risposta, viene interrogato più spesso,
g)
chi è ritenuto non dotato, quando dà buoni risultati, si attira il
malumore del docente, rischia di subire una punizione perversa per non
aver corrisposto alle aspettative.
Spesso
gli allievi vengono suddivisi e assegnati ai gruppi in base ad abilità e
capacità simili, giudicate in modi poco attendibili e validi. Forse
omogeneizzare i componenti dei gruppi (operazione alla quale, fatte le
debite eccezioni, mi dichiaro contrario) renderebbe più facile
l’insegnamento (si badi, non l’educare), ma i risultati realmente
positivi, i veri progressi, si avrebbero soltanto con il gruppo composto
da coloro che sono stati prioritariamente giudicati i migliori; lo stesso
fenomeno si verifica in un gruppo eterogeneo nei confronti dei soggetti
che vedono il proprio rendimento sottovalutato, in quanto tenderanno a
comportarsi ed a funzionare nello stesso modo in cui vengono giudicati.
Così,
come sostiene R. N. Singer, sorge il problema della
valutazione-previsione: dopo aver stabilito il livello di perizia in un
compito, su di una singola prova o su di un blocco di prove, vengono
effettuate diverse sedute di allenamento e successivamente i soggetti
vengono riesaminati. Tuttavia anche le previsioni effettuate secondo una
tale metodica (senz’altro, a livello teorico, più valida e attendibile)
risultano facili e corrette soltanto se riguardano compiti relativamente
semplici e sedute di allenamento di breve durata. Infatti, le capacità e
le abilità valutate attraverso un limitato numero di osservazioni, quelle
implicate in compiti complessi e nell’ambito di allenamenti di lunga
durata, hanno poche possibilità di emergere prima che si arrivi a circa
la metà dell’intero periodo di allenamento, e ciò è sicuramente
possibile solo qualora l’atleta sia già quasi al termine del periodo
adolescenziale (a causa dei fisiologici problemi dell’accrescimento e
dei conflitti psicologici conseguenti allo sviluppo), mentre risultano
completamente azzardati i tentativi di previsione fatti nel periodo della
scuola elementare e media.
Prima
di analizzare gli aspetti che riguardano più specificamente i problemi
legati alla comunicazione, c’è da chiedersi quali siano i motivi,
profondi o meno, che stanno all’origine degli atteggiamenti
dell’individuo-allenatore (come tale, definito in un contesto ben
preciso), presupposti dell’effetto Pigmalione.
L’insegnante,
in genere, per comprendere il linguaggio dell’allievo deve regredire al
suo livello e lasciarsi libero di confrontarsi con la una parte di sé
molto profonda che fa emergere quel bambino o quell’adolescente che è
in ciascun di noi. Si tratta di una vera e propria regressione, ma una
regressione non patologica, indice di maturazione e strutturazione
dell’Io, che è quindi in grado di gestire allo stesso tempo sia il
ruolo del bambino sia quello dell’adulto, in una condizione di
equilibrio che permette addirittura di ampliare la sfera della propria
personalità. É una regressione che permette una "identificazione al
servizio dell’Io", al servizio dell’efficienza e dell’efficacia
del proprio ruolo. In questo senso, il rapporto che si instaura non è
strutturato da ragioni di tipo logico, ma è bensì un legame simile alla
situazione tranferale dell’analisi o all’innamoramento. Benché siano
presenti anche aspetti simili a quelli tipici del legame con la madre
("cura" da parte dell’insegnante, che provvede ai bisogni del
bambino, nel ruolo di colui che sa e sa come insegnarlo, reciprocità e
rielaborazione del vissuto, funzione rassicurante), il rapporto che
s’instaura è di tipo paterno in quanto è meno diretto, più
intenzionale e mediato dalla cultura e in quanto prevale in esso la
funzione di guida. Dati questi presupposti è inevitabile che si ricrei
una situazione che presenta similitudini con quella edipica, per la quale
l’allenatore appare "grande", "capace", "abile
in molte cose"; di conseguenza il bambino ne fa il proprio modello
utilizzando anche le stesse parole (oltre che gli stessi atteggiamenti)
per confermare la validità di ciò che egli stesso dice.
È
quasi inutile affermare che in una relazione basata su tali presupposti,
l’allievo-bambino tenti di istituire con l’insegnante o l’allenatore
un rapporto esclusivo che vede coinvolti entrambi e esclude gli altri
bambini, e che l’allenatore reagisca (positivamente o negativamente,
colludendo o negando) a tale seduzione.
Questa
situazione va analizzata su due fronti, quello del bambino e quello del
docente: nel bambino si avrà un vissuto di tipo edipico, in cui sarà
dominato dal desiderio di conquistare per sé l’insegnante; d’altra
parte nel docente sarà presente la tendenza a vedere gli allievi (in
quanto dipendenti affettivamente e cognitivamente) come
"piccoli" e "sprovveduti", bisognosi di cure ,
assolutamente plasmabili; c’è quindi la tendenza a vedere gli allievi
non come soggetti di desideri e, di conseguenza , parte attiva del
rapporto, ma come oggetto di bisogni, è proprio per questi motivi che
l’istruttore può trovare una grande gratificazione nell’indiscussa e
incondizionata ammirazione che gli allievi-bambini provano per lui.
Più
complicata è la situazione quando si tratta di preadolescenti e
adolescenti: questi, infatti, più evoluti cognitivamente e
affettivamente, ma anche più consapevoli delle proprie problematiche e
del propri conflitti (tra gli aspetti cognitivi, affettivi e sociali della
propria vita), non sanno più in che modo rapportarsi all’allenatore,
non trovano un ruolo stabile e diventano sfuggenti, distratti, ambigui,
oppure in opposizione a tutto ciò che per loro possa rappresentare
autorità e conformismo. In questo caso il compito dell’insegnante
diventa più difficile in quanto non è più in grado di cogliere quelle
gratificazioni che poteva ottenere nel caso precedente. C’è quindi il
rischio che, proprio in questa fase di crisi per il ragazzo,
l’allenatore cerchi le proprie gratificazioni nel conseguimento del
risultato agonistico, comunicando, in questa maniera, un disinteresse
affettivo attraverso messaggi che struttureranno rapporti "a doppio
vincolo". Il verificarsi di questi eventi è il presupposto, oltre
che di ulteriori conflitti, anche per l’autodeterminarsi delle
previsioni fatte sugli allievi.
Bisogna
dire che le situazioni, le dinamiche e i vissuti di cui parlo,
nell’ambito sportivo sono più attenuate rispetto a quelle
corrispondenti che si verificano nel contesto scolastico tra insegnante e
allievo, in quanto l’ambiente sportivo viene vissuto e identificato,
all’opposto della scuola, come "alternativo",
"compensativo", meno conformista e omogeneizzante (sempre che si
parli di un "sano" ambiente sportivo, il cui fulcro è
l’individuo - atleta e la sua personalità e non le prestazioni).
In
questa situazione, il legame emotivo non deve mai raggiungere intensità
eccessive (non deve essere troppo "motivante") ma solo avere una
sufficiente "risonanza" emotiva (una certa dose di
"transfert" è funzionale all’apprendimento), che permetta che
il livello di tensione non cada (pena la caduta della motivazione
all’apprendimento), né che si elevi troppo (pena la caduta del livello
di rendimento). Nel primo caso l’allievo non si riconosce nei valori
veicolati dall’allenatore e ciò impedisce che desideri di identificarsi
con lui, mentre nel secondo caso l’eccessivo desiderio di essere
apprezzato, la paura di sbagliare, possono generare ansia eccessiva ed
interferire col processo di apprendimento e con la prestazione. Inoltre un
eccesso di motivazione, che abbia come conseguenza una totale
identificazione, finirà col generare una dipendenza eccessiva, impedendo
il nascere del desiderio di abbandonare il "maestro" (o meglio
ciò che questi rappresenta) e di liberare la propria individualità
creatrice.
Come
è già stato accennato, l’allenatore, oltre a trasmettere contenuti
culturali (diversi da quelli dell’insegnante scolastico, che utilizza
canali differenti, seppure più limitati) ed a favorire lo sviluppo di
abilità generali e specifiche di ordine cognitivo, affettivo, sociale e
motorie, valuta i risultati conseguiti da ciascuno nell’apprendimento,
mantiene la disciplina, si propone come figura di riferimento e modello.
Le scelte dell’allenatore e soprattutto l’importanza del suo giudizio,
possono essere determinanti per i risultati conseguibili dai bambini.
Infatti come detto sopra, le aspettative degli allenatori influenzano non
solo le valutazioni degli allievi, ma anche il loro rendimento effettivo:
se un allenatore, per una qualsiasi ragione (a qualcuna si accennato in
precedenza), si forma l’idea che un bambino sia particolarmente dotato,
"brillante", motoriamente evoluto, ovvero poco dotato, goffo,
"imbranato", anche se di fatto non vi è alcuna differenza, quel
bambino ne riceverà un reale vantaggio (o svantaggio, se l’opinione su
di lui è stata negativa) nella possibilità di apprendere e di evolversi
ulteriormente, e quest’effetto sarà tanto più duraturo quanto maggiore
è l’età del bambino (ribadisco, in misura più limitata lo stesso
fenomeno si verifica nell’ambito scolastico, ma con i vincoli di una
minore "pressione performativo-agonistica").
L’insegnante-allenatore
può essere "caldo" e incoraggiante verso i bambini che ritiene
migliori, dedicandogli più attenzione, interagendo con loro più spesso
sia per correggere i loro errori, sia sottolineando e commentando le
"risposte" giuste; come risposta i bambini così stimolati si
impegnano effettivamente di più ottenendo quindi risultati migliori. A
questo punto sarebbe addirittura banale affermare che gli atteggiamenti di
calda e incoraggiante attenzione, in una gestione ideale da parte
dell’allenatore, andrebbero adeguati e personalizzati per tutti i membri
del gruppo indistintamente.
È
importante sottolineare che oltre alle motivazioni ed alla spinta
evolutiva, l’effetto Pigmalione influenza il senso e la velocità dello
sviluppo della personalità.
Il
bambino non può opporsi al suo allenatore, non ne ha il potere, o, se ne
dispone, non è sufficiente. Per salvaguardare il proprio benessere, per
" sopravvivere", può solo accettare ciò che gli viene offerto,
spesso senza discutere, infatti, ha ben pochi argomenti ai quali
richiamarsi e essendo le sue conoscenze limitate ed il proprio Sé ideale
suscettibile di continue modificazione, non può far altro che operare
raffronti tra i giudizi che gli altri danno di lui; tali giudizi, quando
sono discrepanti ed incongruenti (paradossali), lo porteranno ad
invischiarsi in un conflitto dal quale è difficile che riesca ad uscire
da solo, senza attuare e strutturare delle difese dell’Io che ne
condizioneranno la personalità.
Una
volta strutturati, determinati atteggiamenti e una certa gamma di reazioni
emotive nei confronti delle persone e delle situazioni (alle quali le
comunicazioni, verbali e non, si riferiscono), diventano stabili e, in
molti casi, irreversibili se non in seguito ad un intervento terapeutico.
Quindi il bambino non si limita ad assimilare l’aspetto di
"contenuto" della comunicazione, ma anche, e soprattutto, quello
di "relazione", assumendo nei confronti delle situazioni
(attraverso processi di generalizzazione e di transfer) specifici
atteggiamenti, che saranno le basi per le strutturazioni psichiche che
orienteranno il comportamento e, a lungo andare, determineranno la
struttura dell’intera personalità.
Dovremmo
impedire che una persona si percepisca come programmata fin dalla nascita
per diventare un essere umano (ed agire in determinati modi nell’ambito
di determinate situazioni) perché, se ciò avvenisse, l’individuo
sarebbe realmente programmato secondo la definizione della cultura
corrente, dei suoi genitori e dei suoi educatori e, lentamente,
introietterebbe questo programma identificandolo con il proprio Io,
avviandosi così verso degli scompensi che ne sconvolgeranno la vita,
costringendolo in una sequenza interminabile di comportamenti compulsivi.
In questo senso, il bambino ha il diritto di ricevere dagli adulti delle
comunicazioni razionali, non ambigue o paradossali, che strutturano
interazioni o rapporti a doppio vincolo, bensì comunicazioni che li
aiutino a capire che cosa provano per se stessi.
La
struttura delle interazioni con gli adulti (e i messaggi di questi ultimi)
influisce sulla stima che il bambino ha di sé, sul valore che attribuisce
a se stesso. Dato che il senso di autostima è il perno attorno al quale
ruota l’intero processo di sviluppo della personalità, che può quindi
avvenire armonicamente soltanto nel caso in cui questa sia positiva, vanno
totalmente censurate tutte quelle comunicazioni che inducono il bambino a
diffidare della propria percezione, e lo inducono a rinnegare i propri
sentimenti e a dubitare del proprio valore.
I
discorsi che si fanno "normalmente" ai bambini sono da evitare:
i biasimi e le frasi che ispirano vergogna, le prediche e le morali, gli
ordini e le prepotenze, le ammonizioni e le accuse, gli atteggiamenti che
ridicolizzano e che sminuiscono, le minacce e gli allettamenti, le
diagnosi e le prognosi.....tutte tecniche che brutalizzano,
strumentalizzano e disumanizzano i bambini.
Un
allievo (soprattutto un bambino) impara più provando che sbagliando, più
attraverso i piacere che attraverso la sofferenza, più grazie ai
suggerimenti ed alle spiegazioni che agli ordini. Impara tramite
l’affetto, l’attenzione, l’amore, la pazienza, la comprensione, il
senso di appartenenza, il fare e l’essere. Di giorno in giorno il
bambino arriva a conoscere un po' di ciò che noi già sappiamo e un po'
di più di ciò che noi pensiamo e comprendiamo. È proprio questo il
fatto decisivo: ciò che noi insegnanti, allenatori, genitori, adulti
sogniamo e crediamo, quello è ciò che sta diventando quel bambino. Nella
stessa maniera in cui percepiamo subliminalmente o coscientemente,
pensiamo confusamente o chiaramente, crediamo dogmaticamente o a ragion
veduta, siamo veri o falsi, così il bambino impara.
Prima
di poterci dedicare all’educazione dei bambini, dobbiamo aver raggiunto
la capacità di comunicare con loro: in genere noi parliamo A LORO,
parliamo come se non ci fossero parliamo in modo che non ci capiscano. Non
comunichiamo mai CON LORO. Sembrano banalità, inutili puntualizzazioni,
ma per comunicare veramente con gli allievi, oltre ai suggerimenti che
scaturiscono da ciò che è stato detto in precedenza, bisognerebbe
mettere in pratica delle piccole accortezze che sono, però,
indispensabili in quanto permettono di aprire più facilmente i canali e
utilizzare codici della comunicazione più adeguati, servendosi di quelli
utilizzati dai bambini:
-
dobbiamo
abituarci a piegare le ginocchia per stare faccia a faccia con loro,
favorendo l’intimità, la familiarità, senza agire attraverso
posture che strutturino interazioni di
"dominanza-sottomissione";
-
dobbiamo
cercare di entrare nel loro mondo, senza parlare di un mondo che non
è il loro; se li ascolteremo e li inviteremo a dirci che cosa vedono,
sentono, odono, insomma dirci che cosa li fa sentire vivi e gioire,
oltre ad imparare qualcosa anche noi, avremo le indicazioni necessarie
per poter programmare degli interventi educativi che siano stimolanti
e interessanti per loro, proprio perché sapremo come rapportarci a
loro;
-
dobbiamo
analizzare quali siano, in questa situazione, le modalità e i
contenuti delle loro comunicazioni, per avere delle indicazioni su ciò
che stiamo significando per loro e su quali siano le loro risposte
profonde al nostro agire.
Nello
strutturarsi dell’effetto Pigmalione (così come in tutte le situazioni
conseguenti alle modalità e tipi di relazione strutturata), sono di
fondamentale importanza i caratteri "confirmatorio" e "disconfirmatorio"
presenti nelle diverse fasi dell’interazione.
Nell’ambito
dell’interazione, due individui, attraverso gli aspetti di contenuto e
di relazione, danno un definizione del Sé e dell’altro da Sé che può
generare tre tipi di relazione:
-
Conferma:
l’individuo "A" può accettare la definizione che
l’individuo "B" ha dato di sé (è il più grande fattore
a garanzia dello sviluppo e della stabilità mentale, in quanto,
attraverso situazioni diverse, la più importante delle quali è
quella, definita nell’ambito di un certo modello teorico,
dell’Incontro, consente di accrescere la consapevolezza di sé).
-
Rifiuto:
"A" rifiuta la definizione che "B" ha dato di sé;
presuppone il riconoscimento di quanto si rifiuta e, quindi il
riconoscimento della realtà del giudizio di "B" su di sé
(in terapia il rifiuto è una delle risposte a disposizione del
terapeuta che favoriscono "l’esame di realtà" da parte
del paziente).
-
Disconferma:
non si occupa più della verità o falsità della definizione che
"B" ha dato si sé, ma piuttosto nega la realtà di
"B" come emittente. di tale definizione.
Le
tre modalità possono essere vissute, (emesse - ricevute) a livello
visivo, tattile, uditivo. Mentre il rifiuto equivale al messaggio
"hai torto", la disconferma dice "tu non esisti".
Ognuna di queste tre reazioni comunica: "ecco come ti vedo";
come conseguenza si ha una serie di reazioni a catena che puntualizzano
(giudicano e definisco) i vissuti e l’essenza stesa degli individui
implicati nell’interazione.
Una
sequenza è così strutturata:
"B":
"ecco come mi vedo"
"A":
"ecco come ti vedo"
"B":
"ecco come vedo che tu mi vedi"
"A":
"ecco come vedo che mi vedi che ti vedo"
Questa
serie di reazioni a catena, unita alla mancanza di consapevolezza delle
percezioni interpersonali, e ai conseguenti circoli viziosi in cui si
entra se non si fa uso di una metacomunicazione, originano un conflitto,
ovvero una totale confusione su ciò che si considera la causa e su ciò
che si considera la conseguenza, nonostante né l’una né l’altra
esista realmente (data la circolari dell’interazione). Così nella
comunicazione, il dare una cosa per scontata (per preconcetti, pregiudizi,
ecc.) equivale alla profezia che si autodetermina: è il comportamento che
provoca negli altri una reazione alla quale quel dato comportamento
sarebbe la risposta adeguata.
Tutte
le precedenti considerazioni sono state necessarie al fine di mostrare che
il bambino, dopo che le convinzioni, le percezioni che ha di sé ed il suo
modo di comunicare e interagire sono stati orientati in un certo senso,
agirà un comportamento basato su una (o più) premessa che avrà un
effetto complementare sugli altri, costringendoli ad assumere determinati
atteggiamenti specifici che confermano la premessa da cui il bambino era
partito e che è stata, quindi, la causa che ha provocato gli
atteggiamenti altrui, benché venga percepita dal bambino come una
reazione agli stessi.
In
conclusione, dopo aver descritto sommariamente come i nostri pensieri, il
nostro modo di comunicare e interagire possano determinare la velocità e
il senso dello sviluppo della personalità di un altro individuo, mi
auguro non soltanto di aver suscitato la consapevolezza di certuni su
determinate dinamiche e determinate problematiche relazionali ma,
soprattutto, di aver gettato le basi affinché gli operatori del settore
educativo possano effettuare un’analisi critica continua sul proprio
agire e sui propri vissuti, con lo scopo di favorire, oltre che la
propria, la crescita, l’educazione, lo sviluppo armonico di coloro ai
quali si dedicano. Spero inoltre che gli aspetti considerati non vengano
sottovalutati in quanto, benché a prima vista sembrino di poco conto,
sono quelli che, secondo come vengono gestiti, danno all’individuo
l’opportunità di scegliere (e, talvolta, neppure questa se gestiti
nella maniera peggiore) tra la gratificazione e la frustrazione, tra i
successo e l’insuccesso, tra la vittoria e al sconfitta, non soltanto
nella scuola o nello sport ma, soprattutto, nella vita.
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